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Liquidazione controllata: quando può prendere metà del TFR

Avv. Vincenzo Sapone Aggiornato il

Il trattamento di fine rapporto che diventa esigibile mentre è aperta una liquidazione controllata non è un salvadanaio intoccabile, ma non finisce nemmeno per intero ai creditori. Il Tribunale di Como, con decreto del giudice delegato del 4 luglio 2026 (estensore Aliquò), ha applicato la regola dell'art. 268 del Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza (CCII, d.lgs. 14/2019), che esclude dalla liquidazione i crediti impignorabili ai sensi dell'art. 545 del codice di procedura civile: il TFR resta fuori dalla procedura nei soli limiti di quella norma. E quei limiti cambiano con la natura dei debiti, perché l'art. 545 c.p.c. ferma l'aggressione a un quinto quando le cause del credito sono omogenee e la porta fino alla metà quando concorrono cause diverse, per esempio debiti comuni e tributi. Non è l'unica lettura: il Tribunale di Ivrea, con una pronuncia dell'8 aprile 2026, ha misurato la parte del TFR che resta al debitore sul mantenimento suo e della famiglia, non sul quinto.

Liquidazione controllata: quando può prendere metà del TFR
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1. Il fatto: un TFR che matura mentre la procedura è aperta

Il Tribunale di Como, con decreto del giudice delegato del 4 luglio 2026 (estensore Aliquò), si è occupato di una domanda che nella pratica torna spesso: che fine fa il trattamento di fine rapporto (TFR) quando il rapporto di lavoro si chiude mentre è in corso una liquidazione controllata. La scheda del provvedimento è stata pubblicata in banca dati il 1 agosto 2026.

La risposta non è quella che si aspettano né i creditori né il debitore. Il TFR non è finito per intero nella procedura, e non è rimasto neppure per intero al lavoratore: una parte è stata acquisita alla liquidazione, il resto è rimasto a chi lo aveva maturato.

Como è la sede della decisione, non il suo perimetro: la norma applicata vale allo stesso modo davanti a qualunque tribunale italiano.

2. La regola di partenza: cosa non entra nella liquidazione controllata

La liquidazione controllata è la procedura con cui il debitore sovraindebitato, cioè chi non è assoggettabile alle procedure concorsuali maggiori, mette il proprio patrimonio a disposizione dei creditori sotto il controllo del tribunale. La disciplina sta nel Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza (CCII, d.lgs. 14/2019).

"Il proprio patrimonio", però, non significa tutto. L'art. 268 CCII tiene fuori dalla liquidazione un elenco chiuso di poste, e la prima voce di quell'elenco non descrive nulla: rinvia. Rinvia ai crediti impignorabili ai sensi dell'art. 545 del codice di procedura civile.

Art. 268 CCII · Cosa resta fuori dalla liquidazione

Non sono compresi nella liquidazione i crediti impignorabili ai sensi dell'art. 545 c.p.c.; i crediti alimentari e di mantenimento, gli stipendi, le pensioni, i salari e ciò che il debitore guadagna con la sua attività, nei limiti di quanto occorre al mantenimento suo e della sua famiglia indicati dal giudice; i frutti dell'usufrutto legale sui beni dei figli e i beni costituiti in fondo patrimoniale; le cose che per disposizione di legge non possono essere pignorate.

Quel rinvio è la chiave di tutto. L'esclusione del TFR non nasce da un favore al debitore che lavora, nasce da una norma sull'esecuzione forzata, e si porta dietro la misura che quella norma prevede. Escluso non vuol dire escluso per intero: vuol dire escluso quanto la legge dice.

3. Un quinto o la metà: come funziona davvero l'art. 545 c.p.c.

L'art. 545 c.p.c. è costruito a scalini, e i tre che contano qui sono vicini fra loro.

Il terzo comma riguarda i crediti alimentari, che possono essere soddisfatti su stipendi e indennità nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da lui delegato. Il quarto comma fissa la quota ordinaria: un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, e in eguale misura per ogni altro credito. Il quinto comma introduce il tetto che qui fa la differenza: quando le cause indicate concorrono simultaneamente, l'aggressione non può estendersi oltre la metà delle somme.

È il passaggio che quasi sempre si legge male. La metà non è la regola generale: è il tetto del concorso.

A far salire il limite non è il numero dei creditori, è la loro natura. Dieci creditori chirografari restano dentro il quinto, perché la causa del credito è una sola. Un creditore comune e il fisco insieme sono due cause diverse, e il tetto sale alla metà. Nel caso deciso a Como nel passivo c'erano sia debiti comuni sia debiti tributari: è da lì, non dall'importo, che discende la misura applicata.

Situazione Quota aggredibile Riferimento
Crediti riconducibili a una sola causa (per esempio soli debiti comuni) Un quinto art. 545, comma 4, c.p.c.
Tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni Un quinto art. 545, comma 4, c.p.c.
Crediti alimentari Nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice delegato art. 545, comma 3, c.p.c.
Concorso simultaneo di cause diverse (per esempio debiti comuni e tributari) Non oltre la metà art. 545, comma 5, c.p.c.
Somme già accreditate sul conto prima del pignoramento Aggredibile solo l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale art. 545, comma 8, c.p.c.
Pignoramento eseguito oltre questi limiti Parzialmente inefficace, rilevabile anche d'ufficio dal giudice art. 545, comma 9, c.p.c.

4. Perché il TFR entra in questo perimetro

L'art. 545 c.p.c. non nomina mai il TFR. Parla di somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento.

Il TFR sta dentro quella descrizione perché è retribuzione differita: matura anno dopo anno mentre il rapporto è in piedi e si liquida quando il rapporto finisce. Non è un risparmio personale custodito da un terzo, è una parte del compenso pagata alla fine.

Il passaggio sembra tecnico e invece regge l'intero ragionamento. Senza la qualificazione come indennità relativa al rapporto di lavoro, il TFR sarebbe una somma qualunque entrata nel patrimonio del debitore, e la procedura potrebbe apprenderla per intero. La protezione non discende dalla sigla, discende dalla natura del credito.

5. Il triennio: la finestra dentro cui la procedura guarda

Una liquidazione controllata non è una fotografia scattata il giorno dell'apertura. Il provvedimento di Como collega infatti la sorte del TFR al triennio, cioè al periodo in cui quel credito matura mentre la procedura è ancora aperta.

Tre anni non è un numero scelto a caso. Nella liquidazione controllata è il termine, decorso il quale, il debitore persona fisica arriva all'esdebitazione, cioè alla liberazione dai debiti residui, salvo che il decreto di chiusura intervenga prima (art. 282 CCII). Dentro quella finestra ciò che matura non è indifferente alla procedura, e un TFR liquidato a rapporto cessato ne è l'esempio più concreto.

6. Cosa guardare quando il lavoro finisce a procedura aperta

Cinque verifiche, prima di qualunque calcolo.

  • La composizione del passivo. I crediti ammessi sono tutti della stessa natura, oppure accanto a quelli comuni ci sono tributi o crediti alimentari? Da questa risposta, e non dall'importo del TFR, dipende se il limite è il quinto o la metà.
  • La comunicazione tempestiva. La cessazione del rapporto e la liquidazione del TFR vanno portate a conoscenza del liquidatore e dell'OCC (Organismo di Composizione della Crisi): è la procedura, sotto il controllo del giudice delegato, a dover applicare il criterio.
  • La base di calcolo. A Como il conteggio è stato fatto sull'importo netto. Lordo e netto non sono la stessa cosa, e su una somma di quel tipo la differenza non è teorica.
  • Il criterio scritto nel provvedimento. Se non risulta quale limite è stato applicato e perché, non c'è nulla da verificare, e quindi nemmeno nulla da contestare.
  • La prudenza sulle somme. Disporre del TFR prima che il criterio sia definito espone al rischio di doverne restituire una parte.

Il criterio si controlla solo se è scritto. La differenza fra un quinto e la metà non è una sfumatura contabile: è la percentuale di una somma che, per chi ha appena perso il lavoro, arriva una volta sola. Chiedere che il provvedimento espliciti quale limite è stato applicato, e in base a quale composizione del passivo, è il presupposto di ogni verifica successiva.

7. Quattro cose che il decreto di Como non dice

  1. Non dice che alla procedura vada sempre metà del TFR. La metà è il tetto che scatta con il concorso di cause diverse. Dove i crediti hanno una causa sola, la misura resta il quinto.
  2. Non è una pronuncia della Corte di cassazione. È un decreto del giudice delegato di un tribunale di merito: orienta, non vincola gli altri giudici, e su questa materia le soluzioni possono divergere: il Tribunale di Ivrea, per esempio, ha letto la stessa norma in un altro modo (sezione 8).
  3. Non affronta il TFR già esigibile prima dell'apertura, né quello che maturasse dopo la chiusura della procedura. La domanda a cui risponde è circoscritta: il TFR che diventa esigibile mentre la liquidazione è in corso.
  4. Non dice nulla su una posizione individuale. Cambia la natura dei debiti ammessi e cambia il risultato, senza che si muova una virgola della norma.

8. Cosa ha deciso il Tribunale di Ivrea: un'altra lettura

Non tutti i tribunali leggono il rinvio all'art. 545 c.p.c. allo stesso modo. Il Tribunale di Ivrea, sezione civile-fallimentare (8 aprile 2026, pres. est. Mussa), è arrivato a una conclusione diversa da quella di Como, e chi ha una liquidazione aperta fa bene a conoscerla.

Tribunale di Ivrea, Sez. civile-fallimentare, 8 aprile 2026

Il TFR maturato dal debitore prima dell'accesso alla procedura e nel suo corso può essere compreso nei beni da liquidare per la parte divenuta esigibile, che il liquidatore deve verificare, detratto quanto occorre al mantenimento del debitore e della sua famiglia secondo l'apprezzamento del giudice. Non nei limiti del quinto dell'art. 545 c.p.c.

Il punto di partenza è la stessa norma, l'art. 268, comma 4, CCII (per la vecchia legge 3/2012, l'art. 14-ter, comma 6), ma la lettera è un'altra. Per Ivrea il TFR nasce dal lavoro e rientra quindi in "ciò che il debitore guadagna con la sua attività", la lettera b), che resta fuori dalla liquidazione nei limiti di quanto il giudice ritiene necessario al mantenimento. Il rinvio della lettera a) ai crediti impignorabili ai sensi dell'art. 545 c.p.c. riguarderebbe invece soltanto i crediti che quella norma dichiara assolutamente impignorabili: altrimenti, osserva il tribunale, la lettera a) non si coordinerebbe con la lettera b), che elenca crediti impignorabili solo in parte. Il caso era una liquidazione del patrimonio della legge 3/2012: il collegio ha respinto con decreto il reclamo del debitore contro il provvedimento del giudice delegato, che aveva già applicato la lettera b), e ha riferito la stessa lettura alla norma corrispondente del Codice della crisi, l'art. 268 CCII.

  Tribunale di Como, 4 luglio 2026 Tribunale di Ivrea, 8 aprile 2026
Lettera dell'art. 268, comma 4, CCII a): crediti impignorabili ai sensi dell'art. 545 c.p.c. b): ciò che il debitore guadagna con la sua attività
Parte del TFR che resta al debitore Quella che l'art. 545 c.p.c. sottrae ai creditori: quattro quinti, o almeno la metà se concorrono cause diverse Quanto occorre al mantenimento suo e della sua famiglia
Chi la misura La procedura, con i limiti di legge, sotto il controllo del giudice delegato Il giudice, secondo il suo apprezzamento

Per chi ha una liquidazione aperta la differenza è concreta. Con la lettura di Como la quota protetta è una frazione fissata dalla legge; con quella di Ivrea dipende dalla misura del mantenimento indicata dal giudice, e può lasciare al debitore più o meno di quanto gli lascerebbe la regola del quinto, a seconda del reddito e dei bisogni della famiglia. Sono entrambi provvedimenti di merito e nessuno dei due vincola gli altri giudici: conviene sapere come si orienta il tribunale davanti al quale si procede.

Il testo del decreto di Ivrea, con la massima, è pubblicato da Il Diritto della Crisi.

9. In sintesi

Il TFR non è un salvadanaio intoccabile e non è neppure una posta che la liquidazione controllata assorbe per intero. È un credito da lavoro, e come tale entra nella procedura solo nella misura in cui la legge lo rende aggredibile: un quinto quando le cause del credito sono omogenee, fino alla metà quando concorrono cause diverse, per esempio debiti comuni e tributi. È la lettura di Como; a Ivrea il metro è stato il mantenimento del debitore e della famiglia, non il quinto.

Chi ha una liquidazione controllata aperta e un rapporto di lavoro che si chiude ha quindi una cosa concreta da fare prima di ogni altra: leggere la composizione del passivo. È lì che si decide quanto resta.

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10. Domande frequenti

Il TFR entra nella liquidazione controllata?

Non automaticamente e non per intero. L'art. 268 CCII esclude dalla liquidazione i crediti impignorabili ai sensi dell'art. 545 c.p.c., e il TFR rientra fra le indennità relative al rapporto di lavoro considerate da quella norma. Resta fuori dalla procedura nei limiti che l'art. 545 c.p.c. stabilisce, e la parte eccedente può essere acquisita.

Perché in alcuni casi si parla di un quinto e in altri della metà?

Perché l'art. 545 c.p.c. distingue in base alla causa del credito. Il quarto comma fissa un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni e in eguale misura per ogni altro credito; il quinto comma prevede che, quando quelle cause concorrono simultaneamente, l'aggressione non possa superare la metà. È la diversità delle cause a far salire il tetto, non il numero dei creditori.

Che cos'è la liquidazione controllata?

È la procedura di sovraindebitamento con cui il debitore non assoggettabile alle procedure concorsuali maggiori mette il proprio patrimonio a disposizione dei creditori sotto il controllo del tribunale, disciplinata dal Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza (CCII, d.lgs. 14/2019). Al termine del percorso, e ricorrendone le condizioni di legge, si arriva all'esdebitazione.

Il decreto del Tribunale di Como vale per tutti?

No. È un provvedimento di merito, che orienta ma non vincola gli altri giudici. Quello che vale ovunque è la norma applicata, cioè il rinvio dell'art. 268 CCII ai limiti dell'art. 545 c.p.c.

Tutti i tribunali applicano al TFR i limiti dell'art. 545 c.p.c.?

No. Il Tribunale di Ivrea, con la pronuncia dell'8 aprile 2026, ha ritenuto che il TFR rientri in ciò che il debitore guadagna con la sua attività (art. 14-ter, comma 6, lettera b), della legge 3/2012, la norma del caso, che corrisponde all'art. 268, comma 4, lettera b), CCII): entra nella liquidazione per la parte divenuta esigibile, detratto quanto il giudice ritiene necessario al mantenimento del debitore e della sua famiglia, e non nei limiti del quinto dell'art. 545 c.p.c.

Chi applica il limite, il debitore o la procedura?

La procedura, sotto il controllo del giudice delegato. Al debitore conviene però che il criterio adottato sia esplicitato nel provvedimento, perché è l'unico modo per verificarlo e, se non torna, per contestarlo nelle sedi previste.

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