bar_chart 1. Un numero che dice più di quanto sembri
Al 30 aprile 2026 il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane si attesta al 139,1%. Significa che, in media, ogni 100 posti disponibili sono occupate 139 posizioni. Non è un dato distribuito in modo uniforme: 73 istituti penitenziari registrano un affollamento pari o superiore al 150% (dati riportati da Il Sole 24 Ore).
Un numero aggregato, però, non racconta la cella. Racconta una condizione diffusa che, quando supera certe soglie, smette di essere un problema amministrativo e diventa un tema di diritti fondamentali. È qui che entra in gioco un istituto poco conosciuto fuori dagli addetti ai lavori, ma che negli ultimi anni ha cambiato concretamente la vita di migliaia di persone detenute: il risarcimento per detenzione inumana o degradante previsto dall'art. 35-ter dell'ordinamento penitenziario.
straighten 2. La soglia dei 3 metri quadri, e da dove viene
Il parametro di riferimento non nasce nel diritto interno. Viene dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sull'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che vieta in termini assoluti la tortura e le pene o trattamenti inumani o degradanti. Da quella giurisprudenza è derivata una soglia operativa: uno spazio individuale inferiore a 3 metri quadrati nella cella collettiva fa scattare una forte presunzione di violazione dell'art. 3, salvo che altri fattori compensativi (tempo trascorso fuori dalla cella, condizioni generali dell'istituto, durata della restrizione) non la superino.
Che cosa misura, in pratica, quella soglia
Non è un indice di comfort. È il limite sotto il quale lo spazio fisico a disposizione di una persona detenuta viene considerato, dalla giurisprudenza europea, incompatibile con la dignità della persona a prescindere da ogni altra circostanza del caso. Sotto quella soglia, il punto di partenza del giudizio si inverte: non è il detenuto a dover dimostrare il disagio, è lo Stato a dover giustificare come quello spazio possa comunque risultare compatibile con l'art. 3 CEDU.
L'Italia ha già attraversato una condanna strutturale su questo fronte, la nota sentenza Torreggiani della Corte EDU dell'8 gennaio 2013, che portò all'introduzione dello stesso art. 35-ter nell'ordinamento penitenziario come rimedio interno. Il numero del 139,1% oggi certificato mostra che il problema non è archiviato: si è spostato dal piano internazionale a quello, più concreto, delle centinaia di ricorsi che ogni anno arrivano ai magistrati di sorveglianza e ai tribunali civili italiani.
gavel 3. L'art. 35-ter: il rimedio interno, in sintesi
L'art. 35-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 (ordinamento penitenziario) prevede due strade per chi ha subito o sta subendo una detenzione in condizioni che violano l'art. 3 CEDU: una riduzione di pena per chi è ancora detenuto (un giorno di sconto ogni dieci giorni di trattamento inumano subito), oppure un risarcimento in denaro, quantificato in 8 euro per ciascuna giornata nella quale la persona ha subito il pregiudizio, per chi ha già terminato la pena o per la parte di pregiudizio che la riduzione non copre.
Chi propone il ricorso deve rivolgersi al magistrato di sorveglianza, se è ancora detenuto, oppure al tribunale del capoluogo di distretto competente per territorio, se la detenzione è già terminata. In entrambi i casi il nodo pratico è sempre lo stesso: come si dimostra che, in un determinato periodo e in un determinato istituto, lo spazio a disposizione era inferiore ai 3 mq pro capite.
balance 4. Il punto della Cassazione: chi deve provare che cosa
È qui che si colloca il principio giurisprudenziale rilevante, la cui origine consolidata si trova nelle sentenze della Cassazione, sez. I, nn. 46543/2017 e 46435/2017. Il principio, ripreso e applicato in modo costante nei procedimenti ex art. 35-ter successivi, funziona così: al detenuto che propone il ricorso basta allegare, in modo puntuale, il periodo di detenzione e il nome della struttura in cui l'ha trascorso. Non deve produrre planimetrie, non deve procurarsi documentazione interna dell'istituto, non deve dimostrare con misurazioni proprie che la cella era sotto soglia.
Il principio della prossimità della prova
Una volta che il detenuto ha indicato periodo e struttura, si applica una presunzione di veridicità di quanto dichiarato. È l'amministrazione penitenziaria a dover dimostrare, con i propri atti e i propri registri, che in quel periodo e in quella struttura i parametri minimi erano rispettati. La ragione è semplice: solo l'amministrazione ha accesso diretto e immediato ai dati sulla capienza effettiva delle celle, alla loro occupazione giorno per giorno, alla documentazione interna che nessun detenuto può materialmente procurarsi dall'interno di una cella.
Questo meccanismo si chiama, in dottrina e in giurisprudenza, principio della prossimità della prova: l'onere probatorio si colloca in capo a chi, per la propria posizione, ha effettivo accesso alle informazioni necessarie a fornirla. Non è un'eccezione creata per i detenuti: è un criterio che il diritto processuale applica ogni volta che una parte si trova strutturalmente nell'impossibilità di raccogliere prove che l'altra parte, invece, ha già in archivio.
balance 5. Perché questo non è un dettaglio processuale
Il punto merita di essere messo a fuoco, perché altrimenti resta un tecnicismo. Se l'onere della prova gravasse sul detenuto, il rimedio previsto dall'art. 35-ter sarebbe, per larga parte delle persone che ne avrebbero diritto, inaccessibile nei fatti. Una persona detenuta, spesso senza mezzi economici, senza margine per incaricare un tecnico che effettui rilievi, senza alcun potere di accedere ai registri dell'istituto, non potrebbe quasi mai raggiungere lo standard di prova che normalmente si richiede a chi agisce in giudizio.
Spostando l'onere sull'amministrazione, la Cassazione non ha creato un favore di parte: ha reso il diritto riconosciuto dalla norma effettivamente esercitabile. È la differenza tra un diritto scritto sulla carta e un diritto che si può davvero far valere, ed è per questo che il principio ha continuato a essere applicato dai giudici di merito negli anni successivi alle due pronunce del 2017, diventando la linea di riferimento nei procedimenti ex art. 35-ter.
balance 6. Un esempio per capire il meccanismo, non un giudizio su casi specifici
Per rendere concreto il funzionamento del principio, si può immaginare un caso tipo, senza riferirsi a nessuna vicenda specifica. Una persona ha trascorso otto mesi in un istituto che, secondo i dati ministeriali, in quel periodo risultava tra quelli con affollamento superiore al 150%. Al termine della pena, propone ricorso ex art. 35-ter indicando le date esatte di ingresso e uscita e il nome dell'istituto.
A questo punto non tocca a lei produrre planimetrie della cella in cui è stata ristretta. Tocca all'amministrazione penitenziaria dimostrare, con i propri registri di occupazione e i propri atti interni, che in quello specifico periodo lo spazio individuale non era mai sceso sotto i 3 mq, oppure che erano presenti fattori compensativi sufficienti a escludere la violazione. Se l'amministrazione non risponde, o risponde con dati generici che non riguardano quello specifico periodo, la presunzione a favore del detenuto resta in piedi.
Questo esempio serve solo a spiegare il meccanismo giuridico. Non riguarda alcun procedimento in corso né esprime alcuna valutazione su casi reali, che vanno sempre esaminati nella loro documentazione specifica.
support_agent 7. Chi può ricorrere, e con quali tempi
Il diritto a proporre il ricorso ex art. 35-ter spetta a chi ha subito la detenzione in condizioni inumane o degradanti, sia durante l'esecuzione della pena sia, in alcuni casi, durante la custodia cautelare computata come pena. Chi è ancora detenuto si rivolge al magistrato di sorveglianza del luogo in cui sta scontando la pena. Chi ha terminato la detenzione da non oltre sei mesi può rivolgersi al tribunale del capoluogo di distretto competente per territorio rispetto all'istituto in cui il pregiudizio si è verificato: il termine di sei mesi decorre dalla cessazione dello stato detentivo ed è un termine perentorio, la cui scadenza preclude l'accesso al rimedio.
Un elemento pratico da non sottovalutare: anche a fronte di una presunzione favorevole sulla prova delle condizioni, restano da individuare con precisione le date di permanenza in ciascun istituto, soprattutto quando la pena è stata scontata in più strutture successive. È un lavoro di ricostruzione documentale che conviene affrontare con l'assistenza di un difensore fin dal primo momento, per non lasciar scadere il termine e per impostare correttamente l'allegazione su cui si fonda la presunzione.
quiz Domande frequenti
Il detenuto deve dimostrare con misurazioni proprie che la cella era sotto i 3 mq?
No. Basta indicare periodo di detenzione e struttura. È l'amministrazione penitenziaria a dover dimostrare il rispetto dei parametri minimi, in base al principio della prossimità della prova applicato dalla Cassazione fin dalle sentenze sez. I nn. 46543/2017 e 46435/2017.
Qual è la soglia di spazio individuale rilevante?
Il riferimento è di 3 metri quadrati pro capite nella cella collettiva, parametro elaborato dalla giurisprudenza della Corte EDU sull'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che vieta i trattamenti inumani o degradanti.
Chi può presentare il ricorso ex art. 35-ter e in che termine?
Chi è ancora detenuto si rivolge al magistrato di sorveglianza. Chi ha terminato la detenzione deve rivolgersi al tribunale del capoluogo di distretto entro sei mesi dalla cessazione dello stato detentivo, termine perentorio.
Quali rimedi prevede l'art. 35-ter?
Una riduzione di pena, un giorno ogni dieci di trattamento inumano subito, per chi è ancora detenuto, oppure un risarcimento di 8 euro per ciascuna giornata di pregiudizio, per chi ha già terminato la pena o per la quota che la riduzione non copre.
Il principio vale solo per chi ha già una sentenza favorevole in casi analoghi?
No, è un principio generale applicato caso per caso: quello che conta è l'allegazione puntuale di periodo e struttura da parte del detenuto, non l'esistenza di precedenti giurisprudenziali sullo stesso istituto.
support_agent Quando può essere utile una valutazione della propria posizione
Chi ha trascorso o sta trascorrendo un periodo di detenzione in condizioni che ritiene sotto lo standard minimo, o un familiare che vuole capire se esistono i presupposti per un ricorso ex art. 35-ter, può richiedere una valutazione della documentazione disponibile: date di permanenza negli istituti, termini ancora aperti, e quale delle due strade previste dalla norma sia percorribile nel caso concreto. Lo Studio offre un'analisi della posizione e l'indicazione dei passi possibili, non una previsione dell'esito del ricorso, che dipende sempre dalla valutazione del giudice sul caso specifico.
Contenuto divulgativo aggiornato al 23 agosto 2026. Non sostituisce un parere sul caso concreto. I dati sul tasso di sovraffollamento carcerario sono riportati come diffusi da Il Sole 24 Ore; i riferimenti normativi e giurisprudenziali citati sono stati verificati alla stessa data.